Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si chiude con una bocciatura netta del testo promosso dal governo. Con un’affluenza attorno al 58,5% – insolitamente alta per una consultazione confermativa – il No si impone con un margine ormai consolidato tra il 52,5% e il 54% dei voti, secondo dati reali e proiezioni su due terzi delle sezioni scrutinate. Il comitato per il Sì ha già ammesso la sconfitta, mentre le rilevazioni indicano un vantaggio non più colmabile.
Il voto evidenzia una frattura territoriale netta. Il Sì prevale in quattro regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta – mentre il No si impone nel resto del Paese, con percentuali particolarmente elevate nelle grandi città: 61% a Roma, 58% a Milano, 65% a Torino e 76% a Napoli. Il dato più alto per il No si registra in Campania (67%), mentre il Veneto resta l’area più favorevole alla riforma.
Secondo l’instant poll di YouTrend per Sky TG24, il voto è stato guidato principalmente da valutazioni di merito: il 69% degli elettori dichiara di aver deciso sulla base del contenuto della riforma, contro il 28% che ha espresso un voto politico. Tra i sostenitori del Sì pesa soprattutto la separazione delle carriere; tra i contrari prevale invece un orientamento prudente rispetto alla modifica della Costituzione.
Le prime reazioni
A caldo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha riconosciuto l’esito del voto, affermando in un video su X che “gli italiani hanno deciso e noi rispettiamo questa decisione”, ma ribadendo che l’azione dell’esecutivo proseguirà “per rispetto del mandato ricevuto”.
Dalla maggioranza, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha escluso ripercussioni sulla tenuta del governo, sostenendo che il referendum “non incide sulle sorti dell’esecutivo”, mentre al Senato Lucio Malan ha rivendicato la riforma come parte del programma elettorale.
Le opposizioni leggono il risultato come una sconfitta politica del governo. Matteo Renzi ha richiamato il precedente del referendum costituzionale del 2016 che ha portato alle sue dimissioni, sottolineando che “quando il popolo parla, il palazzo deve ascoltare” e invitando Meloni a trarre conseguenze politiche dal voto. Anche l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto in conferenza stampa che questo è un avviso di sfratto a questo governo.
Sul piano politico interno, la bocciatura rappresenta una battuta d’arresto per l’agenda riformatrice del governo. Pur senza effetti immediati sulla stabilità dell’esecutivo, il risultato riduce i margini per intervenire su assetti costituzionali senza un consenso ampio e trasversale, rendendo più complesso il percorso di riforme strutturali nel settore della giustizia.
A livello europeo, lo stop alla riforma viene osservato nel contesto del dibattito sullo stato di diritto e sull’indipendenza della magistratura. La bocciatura allontana, almeno nel breve periodo, possibili tensioni con le istituzioni UE su questo fronte. Allo stesso tempo, il risultato potrebbe incidere sulla percezione della capacità riformatrice dell’Italia nei negoziati europei, in particolare nei dossier che richiedono stabilità istituzionale e continuità nell’attuazione delle politiche.
La riforma interveniva su sette articoli della Costituzione (87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110), introducendo la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura e un’Alta Corte disciplinare. Approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 senza la maggioranza qualificata dei due terzi, era stata sottoposta a referendum confermativo, il cui esito riapre ora il dibattito politico su uno dei nodi più divisivi del sistema giudiziario italiano.

